Le forme della violenza, Psicologia pratica

Shitstorm e Slut Shaming l’impero dell’odio nei social network

Assistiamo quotidianamente nella realtà virtuale, in grado ormai di sostituirsi alla realtà tangibile, ad azioni collettive di odio molto simili a spedizioni punitive, dove i molti attaccano l’uno.

Cos’è lo Shitstorm?

L’attualissimo e terrificante fenomeno dello “Shitstorm” ne è una rappresentanza, letteralmente sta a significare “tempesta di escrementi” e si concretizza nel bersagliare senza censure un singolo individuo con una mitragliata di insulti estremi volti ad umiliare, svilire, annullare la vittima. Si tratta di un vero e proprio atto violento ed in quanto tale può avere conseguenze estreme ed irreversibili nella persona che ne è bersaglio. Abbiamo assistito a Shitstorm messo in atto contro personaggi famosi, cantanti, politici, attori, personaggi televisivi, ma anche nei confronti di privati cittadini, di tutte le età; talvolta risolvendosi in tragici epiloghi. Tale fenomeno, infatti, può essere assimilato a quello del cyberbullismo, in quanto comprende forme di molestie, diffamazione, coercizione degli individui che ne sono vittime. Si compie servendosi di uno specifico strumento, il linguaggio d’odio, espressioni verbali volgari e violente che potrebbero anche assumere rilevanza penale, pur essendo, nel nostro paese difficile punire gli autori di reati d’odio, anche se tali azioni sono ascrivibili a diffamazione, calunnie, violenza psicologica, incitazione all’odio, e talvolta induzione al suicidio.

Quali sono le dinamiche che lo rendono possibile

La dimensione virtuale possiede una serie di caratteristiche che consentono un più facile innesco dei fenomeni collettivi devastanti, analizziamole insieme:

  • La distanza fisica, non guardare la vittima in faccia aumenta la distanza emotiva dalla stessa e rende più agevole la sua deumanizzazione, ossia considerarla di valore inferiore, ciò agevola l’esacerbarsi della violenza nell’attacco mediatico
  • L’anonimato la possibilità, consentita dai social, di potersi camuffare, ossia esporsi con un’altra identità, consente all’individuo di sperimentare azioni, altrimenti sanzionate o moralmente sanzionabili, che non agirebbe se fosse identificabile
  • La deindividuazione, l’agire in gruppo provoca la sensazione di essere anonimi caratterizzata da una riduzione del senso di individualità, tale percezione determina una riduzione del limite che normalmente porremmo al nostro agire, fino ad incrementare azioni impulsive, inconsuete e devianti. Perdersi tra la folla spinge le persone a mettere in atto comportamenti che non avremmo mai compiuto in solitudine

Queste caratteristiche, nella psiche del singolo consentono la sostituzione delle norme morali con le norme di gruppo, si perde totalmente di vista il destinatario e la conseguenza dell’insulto e ci si focalizza esclusivamente sull’azione compiuta, ossia scrivere l’ingiurio più grave possibile.

Cos’è lo Slut-Shaming?

Quando, in una società, un fenomeno prende piede in maniera statisticamente considerevole è necessario identificarlo etichettandolo, dandogli un nome. Lo “Slut- Shaming” è una sorta di shit-storming volto a vittimizzare le donne, appellandole con epiteti volgari, violenti e sessualizzati.

Possiamo considerarlo come l’ennesima arma volta a colpire, umiliare e stigmatizzare il genere femminile. Letteralmente Slut-Shaming sta a significare “stigma della puttana” e mira ad attaccare, aggredire e punire, attraverso violenti insulti, le donne che presumibilmente trasgrediscono codici di condotta sessuale socialmente ritenuti accettabili. Ovvero l’utilizzo di epiteti sessualizzati quali “zoccola”, “vacca”, utilizzati per commentare foto in abiti ritenuti troppo succinti o dichiarazioni sessualmente esplicite messe in atto da una donna, serve all’uomo, o meglio alla società, per creare un’avvisaglia di terrore finalizzata ad avvertire che è stata valicata una linea etica inaccessibile alle donne, le quali possono essere oggetto sessuale ma mai soggetto sessuale. Nei casi estremi lo Slut- Shaming è agito anche nei confronti di donne sopravvissute allo stupro, ree di essere in possesso di un corpo sessualizzato, esposto e non protetto dall’abuso. Questo fenomeno è specchio di una condotta sociale introiettata che ha ormai raggiunto un nucleo psichico e quindi individuale di “Disimpegno morale” (Albert Bandura). Rimandiamo ad un approfondimento di tali dinamiche accedendo al seguente articolo.

Cosa Fare?

Sarebbe utile educare alle emozioni e all’empatia, prevenire la messa in atto di azioni sconsiderate e devianti. Diffondere laboratori emozionali e di role playing che coinvolgano giovani donne e giovani uomini, in grado di educare alle differenze ed alla tolleranza, informare sulle conseguenze e le origini delle proprie azioni e destrutturare insieme fenomeni collettivi tanto pericolosi. Gli psicologi possono portare avanti la propria mission preventiva coordinando le azioni sopra descritte, altre professionalità possono agire al fine di creare strumenti di denuncia e tutela delle vittime. L’importante è non chiudere gli occhi!

APPROFONDIMENTI

Ma che cos’è il disimpegno morale? È un meccanismo psichico riconosciuto da Bandura, che serve all’individuo per giustificare a sé stesso il compimento di azioni biasimabili, senza provare senso di colpa e senza intaccare la propria autostima.  Nel caso specifico

  1. Giustificazione morale: il fine giustifica i mezzi, l’atto riprovevole è giustificato in quanto utile a proteggere un valore. Es. “Se lo merita perché ha scalfito il mio onore”
  2. Etichettamento eufemistico: usare parole neutre o positive per descrivere il gesto violento. Es “delitto passionale”, “l’ho fatto perché la amo troppo”, messo in atto anche dai mass media e da programmi televisivi tematici.
  3. Confronto Vantaggioso: sminuire il proprio comportamento deplorevole paragonandolo ad un altro apparentemente più grave. “ le ho dato solo uno schiaffo, non l’ho mica uccisa”
  4. Dislocamento delle responsabilità: riduzione del senso di colpa quando l’azione compiuta non è un’eccezione. “Tutti gli uomini lo fanno con le proprie donne!”
  5. Distorsione delle conseguenze: evitare di pensare alle conseguenze del proprio atto aumenta la distanza dalla vittima, ed è più semplice mettere in atto comportamenti dannosi.
  6. Deumanzzazione della Vittima. Degradare la condizione della vittima, non considerarla un essere umano, questo rende più agevole il compimento dell’atto violento perché non rivolto ai danni di un proprio simile. “è solo una cagna!”
  7. Attribuzione di colpa. Attribuire la colpa dell’azione brutale alla vittima. “Se lo meritava”, “non ha pulito bene casa”, “ha indossato una gonna troppo corta”, “ha guardato un altro uomo”

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