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OBESITA’: il cibo come riempimento di un vuoto?

Fin dall’antichità l’equilibrio psico-fisico dell’individuo è stato oggetto di studio in ambito culturale, sociale, medico e psicologico. La psicologia clinica ha trattato la tematica in termini patogeni. Siamo abituati, quando si parla di Disturbi del Comportamento Alimentare, a pensare in maniera automatica all’Anoressia ed alla Bulimia. E’ però necessario collocarvi un altro disturbo: “l’Obesità Psicogena”.

Il cibo rappresenta, da un lato, uno strumento indispensabile per nutrire il proprio corpo, fornendogli l’adeguato apporto energetico per affrontare al meglio gli impegni giornalieri e, dall’altro, un mezzo per rinfrancarsi da pensieri ed emozioni stressanti e deprimenti.

Nell’immaginario collettivo il cibo è da sempre considerato un nutrimento per l’anima, una carezza compensatoria che allevia le sofferenze. Basta pensare ai dolcetti dati ai bambini in lacrime, alle vaschette di gelato consumate per una delusione d’amore, all’usanza partenopea dei doni alimentari portati in visita a chi ha da poco subìto un lutto, il cosiddetto “conzuolo, termine che sta per “consolatorio”.

Anche la comunicazione verbale è colma di espressioni che rimandano a percezioni gustative, al fine di connotare gli eventi positivamente o negativamente: pensiamo alle “lacrime amare”, all’“amara sconfitta” o alla “dolce attesa”. Da sempre, per l’essere umano, il cibo rappresenta non solo sostentamento per il corpo, ma anche e soprattutto nutrimento dell’anima.

Il legame tra emozioni, interiorità ed alimentazione sfocia, talvolta, in esiti patologici; pensiamo ai sopracitati disturbi del comportamento alimentare nel caso dell’obesità psicogena.

L’individuo presenta un evidente sovrappeso che non deriva da cause mediche ma, piuttosto, da un atto compensatorio che ha radici più profonde. Ancora una volta l’uomo cerca una soluzione al proprio malessere servendosi di uno strumento concreto che può gestire e manipolare, il cibo appunto, attraverso il quale colmare il proprio universo psichico, riempiendo – letteralmente –  il proprio corpo.

La continua ricerca di cibo simboleggia per l’individuo il tentativo di riempire il proprio spazio psichico, per evitare che alcuni sentimenti o emozioni, vissuti come destabilizzanti o pericolosi e per questo seppelliti all’interno, trabocchino fuori con effetti devastanti. Permettere alle proprie emozioni di fuoriuscire per il soggetto è più pericoloso di quanto non sia l’obesità per il corpo. Quest’ultimo diventa così un argine di contenimento ed il sovrappeso una zavorra che mantiene l’individuo ancorato ad una situazione nota e rassicurante.

Quindi l’iperalimentazione, nell’obesità psicogena, potrebbe assumere un duplice valore simbolico: da un lato, il cibo rappresenta un’arma di difesa perché, con l’eccesso di adipe, l’individuo crea un involucro che lo protegge e lo contiene da attacchi esterni; dall’altro, invece, il cibo costituisce uno strumento offensivo e di autopunizione, alimentando fantasie distruttive esplicate nella tipica frase “mangiare fino a scoppiare”.

Emerge dunque un rapporto ambivalente con il cibo: l’alimentazione serve per colmare un vuoto, per rinforzarsi creando un pingue scudo dietro il quale trincerarsi; ma è anche utilizzata per autodistruggersi, contribuendo allo sviluppo di gravi patologie correlate al sovrappeso e aumentando così il rischio di mortalità. In altri termini, l’obesità può essere interpretata come un “travestimento” dell’anima, del quale servirsi nei rapporti con gli altri poiché non accettata e valorizzata.

Come è possibile aiutare le persone con questa patologia?

Sicuramente è importante un approccio di tipo multidisciplinare che accompagni l’individuo lungo i due binari paralleli di questo disturbo: quello corporeo e quello psicologico. L’eventuale percorso chirurgico (by-pass gastrico), co-adiuvato da una rieducazione alimentare e supportato da una alleanza psicoterapeutica, fornisce infatti la possibilità alla persona di valutare e risolvere il problema in tutte le sue sfaccettature, di non ritrovarsi da sola e di individuare opportuni strumenti, diversi dal cibo, con i quali alleviare questo disagio. Di non trascurabile importanza è creare, inoltre, una più adeguata immagine e percezione di sé in cui le persone affette da tale patologia possano riconoscersi e aumentare il proprio senso di autoefficacia per costruire aspettative più positive circa il proprio futuro.

 

 

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