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Automatismi: La mente è come un paracadute… funziona solo se aperta!

Compiamo azioni, costruiamo opinioni, elargiamo giudizi, ma quanto siamo realmente consapevoli delle nostre azioni, dei nostri pensieri e delle nostre parole?

Dovremmo fare appello alla parte più istintuale e creativa che è in noi, quella che ha trovato la sua libera espressione durante l’infanzia, che aveva fiducia nelle proprie gambe e nelle proprie capacità, che istintivamente affrontava la paura di cadere per imparare a camminare e ad andare in bicicletta, anche se le esperienze precedenti avevano più volte predisposto dolorosi incontri con il pavimento! Noi adulti conserviamo delle strategie di azione per affrontare le situazioni e le agiamo automaticamente, come un loop, anche quando si dimostrano palesemente disfunzionali. Cerchiamo di comprenderle meglio…

I circoli viziosi possiamo immaginarli come degli anelli scavati nella terra, quanto più percorriamo questi solchi tanto più li rendiamo profondi e sarà difficile uscirne. Creiamo in prima persona delle trappole mentali che ci ingabbiano in cicli esperienziali soliti e spesso erronei. Si tratta di comportamenti automatici ed estremamente stabili: immaginiamo un uomo triste perché disoccupato, che gioca d’azzardo per migliorare la propria condizione; giocata la propria scommessa  l’uomo probabilmente  avrà aumentato le proprie difficoltà economiche e la propria tristezza, correndo il rischio di fare nuovamente ricorso a quell’attività ludica che promette un guadagno facile. Un bambino che si sente solo, abituato ad ottenere cure e attenzioni da parte dei genitori solo attraverso il pianto, stabilizzerà a tal punto tale comportamento da ricercare di scuotere, anche da adulto, l’interesse altrui attraverso la rimostranza, ottenendo però distanza nelle relazioni, finendo per rinforzare così quell’originario senso di solitudine ed inadeguatezza. Non solo gli individui creano i propri circoli viziosi, anche le politiche sociali cadono in circoli viziosi: pensiamo al proibizionismo sulla vendita di alcolici che ha reso necessaria la trasgressione, manifestatasi attraverso l’istituzione di luoghi deputati al bere illegalmente; ciò ha aumentato la dipendenza dalla sostanza, rendendo inevitabile un inasprimento della proibizione. La coazione a ripetere di certi comportamenti crea nel cervello degli individui delle corsie preferenziali di comunicazione neuronale, rendendo quegli stessi comportamenti più accessibili ed automatici, anche se notoriamente disfunzionali.  Per venir fuori dal quel fossato scavato con le nostre mani nel quale siamo immersi e liberarci così dal quel claustrofobico senso di costrizione, dovremmo osservare quel cerchio dall’alto, cambiare punto di vista e prenderne coscienza.

Gli automatismi coinvolgono non solo l’area comportamentale ma soprattutto quella cognitiva. Il pensiero automatico permette di risparmiare energia e aiuta a comprendere situazioni nuove collegandole con nostre esperienze precedenti. Ogniqualvolta, ad esempio, incontriamo uno sconosciuto o ci imbattiamo in una situazione già vissuta, non dobbiamo cominciare tutto da capo, selezionando e filtrando i comportamenti ex novo al fine di adattarli alle nuove situazioni. Partendo dagli aspetti più salienti della circostanza, (es. vestiario e comportamento dello sconosciuto) categorizziamo in maniera automatica ed immediata (es. studente di ingegneria) ed attribuiamo caratteristiche che usualmente associamo a quella categoria (es. perfezionista, studioso, scarsa vita sociale). Il pensiero automatico ci permette di costruire cognizioni e giudizi e scegliere comportamenti in maniera immediata: sappiamo già cosa fare grazie ad i nostri copioni mentali.

Le persone utilizzano degli schemi, ovvero delle strutture mentali in grado di organizzare la propria conoscenza del mondo. Queste strutture influenzano profondamente le informazioni che registriamo, su cui riflettiamo e che successivamente ricordiamo. Esse racchiudono le conoscenze e le impressioni di cui ci serviamo per organizzare la comprensione del mondo sociale e per interpretare le nuove situazioni. Gli schemi possono condurci ad una percezione errata della situazione particolare, basandosi su inferenze di esperienze passate. Perché allora continuiamo ad usarli? Qual è la loro funzione? Gli schemi ci liberano dalla confusione del nuovo, dal dover ragionare sul da farsi in ogni situazione, creando continuità tra le diverse esperienze vissute, collegando ogni circostanza a schemi preesistenti, riducendo ambiguità e sopraffazione. Il problema si presenta quando perseveriamo nell’applicare schemi sbagliati e non ragionevoli, che non forniscono affatto una visione accurata del mondo. L’effetto persistenza consiste nel far sopravvivere degli schemi persino quando è andata distrutta ogni prova che li possa sostenere. Tali credenze persistono per accessibilità: è più agevole riferirsi ad uno schema ingannevole piuttosto che crearne uno nuovo ed accurato.

Non sempre, però, gli individui sono ricettori passivi di informazioni, spesso agiamo sui nostri schemi e riusciamo a sostenerli e contraddirli. Tale processo, definito “la profezia che si autoadempie”, possiamo immaginarlo come la magia di un’illusionista, sbalordisce ma c’è il trucco!  Tale dinamica opera nel seguente modo:

  • Le persone hanno delle aspettative rispetto un altro individuo
  • Ciò influenza il modo di agire nei confronti di quella persona
  • Queste attese influenzano la risposta dell’individuo, il quale adotterà comportamenti coerenti con le attese originali, facendo in modo che queste diventino vere

Le profezie che si autoadempiono possono avere delle serie conseguenze, ad esempio un esperimento controllato (Rosenthal, Jacobson, 1968) ha dimostrato che in una classe elementare, gli alunni presentati agli insegnanti – casualmente – come più intelligenti, a fine anno avevano ottenuto un rendimento scolastico nettamente superiore rispetto al resto della classe. Si evince come le aspettative del docente avessero dato vita ad atteggiamenti stimolanti e propositivi nei confronti di questi ragazzi, incrementando la loro reale motivazione allo studio e inducendoli ad ottenere risultati più soddisfacenti. Nella vita di tutti i giorni la profezia che si autoadempie influenza le relazioni interpersonali; ad esempio potrebbe capitare, in una situazione sociale, di conoscere una persona che resta in disparte perché timida, potremmo leggere questa sua riservatezza come presunzione o superiorità e costruire un giudizio negativo, tale giudizio ci porterà a relazionarci con essa assumendo atteggiamenti ostili e di chiusura, inducendola a mettere in atto comportamenti scostanti in grado di confermare l’iniziale giudizio negativo.

Come potremmo liberarci dalle catene degli automatismi ed assumere pieno controllo delle nostre cognizioni e dei nostri comportamenti? La soluzione è l’introspezione, intraprendere un dialogo con noi stessi al fine di poter leggere con maggiore consapevolezza quello che ci accade dentro e ciò che accade fuori. Dovremmo imparare a riflettere come specchi, guardare la nostra immagine riflessa per leggerla da un punto di vista meno invischiato e più realistico.

Ogni sera nella quiete chiedersi “come sto?” e rispondere sinceramente è il primo passo per assumere la libera consapevolezza emotiva; percepire il tremore degli arti, il respiro affannoso, il battito del cuore accelerato, nominare queste sensazioni, “questa è ansia”, collocarla all’evento scatenante e accoglierla. Questo semplicissimo esercizio creerà una maggiore connessione con noi stessi. L’essere invischiati in circoli viziosi opprimenti e dai quali sembra non esserci via d’uscita è una condizione che richiede una riconnessione ed una rilettura della propria vita ottenibile grazie al legame terapeutico.

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