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Accumulo oggetti o conservo ricordi?

“Queste scarpe sono vecchie perché non le butti via?”, “Potrebbero tornare di moda, potrei farle aggiustare dal calzolaio, meglio tenerle”; “Questo biglietto è timbrato perché non lo butti?”, “Mi ricorda il giorno che ho ottenuto il mio primo lavoro non posso buttarlo”

Quante volte vi è capitato di intraprendere questo genere di conversazione con i vostri familiari o con i vostri amici? L’atto del conservare, anche oggetti apparentemente futili, è qualcosa che si ascrive alla maggior parte di noi e delle nostre vite, e rientra nella categoria di ciò che definiamo normalità. Ma quand’è che la normalità sfocia nella patologia?

Il Disturbo da Accumulo Compulsivo (DA, Disposofobia o Hoarding Disorder) è una patologia recentemente riconosciuta dal DSM V (Manuale Diagnostico dei Disturbi Mentali), precedentemente considerata come un’espressione secondaria del Disturbo Ossessivo-Compulsivo. Con Accumulo Compulsivo si intende un’acquisizione eccessiva di oggetti e una estrema difficoltà a sbarazzarsi di ciò che non è più necessario, arrivando a trasformare i propri appartamenti in pile di beni di ogni tipo, e riducendo lo spazio calpestabile a stretti corridoi che permettono il solo passaggio da un ambiente all’altro della casa. La tendenza ad accumulare sembrerebbe avere una base genetica ereditata dai primati e dai mammiferi e risiederebbe nelle regioni subcorticali del cervello. Tale tendenza non accomuna tutti i mammiferi, gli etologi spiegano che a mantenere tale costume sono unicamente le specie che ne traggono vantaggio per la sopravvivenza, fino a quando i costi non superano i benefici. Lo spazio vivibile, notevolmente ridotto, riduce spesso gli accumulatori a vivere una vita da reclusi e rende inutilizzabili intere aree della casa, compromettendo fortemente la vita del soggetto patologico e dei suoi familiari. Per l’accumulatore nulla va buttato, tutto può tornare utile, in un modo o nell’altro e, se non sarà utile per sé stessi, potrebbe un giorno esserlo per familiari ed amici.

Il Disturbo da Accumulo negli ultimi anni ha avuto un forte clamore, anche per via di una trasmissione televisiva in cui la spettacolarizzazione dei casi estremi presentati ha messo in evidenza le catastrofiche conseguenze della tendenza all’accumulo. Ciò che i Mass Media propongono come spettacolo, però, non basta a rendere l’idea della sofferenza esperita da queste persone nel separarsi dai propri oggetti, tesori che sembrano rappresentare una parte di sé da preservare e proteggere. I costi per la persona consistono, più che in un ambiente invivibile e scarsi rapporti sociali, in costi emotivi e psichici, laddove il riempimento dello spazio fisico della casa potrebbe in realtà simboleggiare un riempimento dello spazio psichico dell’essere umano. Proviamo a spiegarlo meglio: gli accumulatori hanno subìto in passato eventi traumatici; tali traumi sono intrisi di una forte emotività, che probabilmente l’individuo non intende affrontare e che cerca, invece, di legare ad oggetti inutili. Riempire lo spazio fisico della casa diventa così un riempire lo spazio psichico della persona, respingendo le vecchie emozioni negative, per non provare dolore, ed accogliendo invece una serie infinita di oggetti a cui attribuire emozioni positive. Questa compulsione assume così la forma di un sedativo che permette alla persona di allentare la tensione. Risulta chiaro adesso che separarsi da un semplice biglietto di carta diventa estremamente doloroso, perché vuol dire abbandonare una parte di sé stessi, abbandonare un qualcosa a cui si è legati affettivamente ed affrontare quel dolore che si era cercato in ogni modo di allontanare. La perdita dell’oggetto è vissuta come un abbandono o meglio come un lutto, riattualizza il trauma da elaborare.

Anche i social network sembrano dare un contributo alla diffusione della problematica. E’ molto semplice, infatti, trovare gruppi di offerta e scambio di oggetti inutili o inutilizzati. Tali gruppi permettono ad ogni membro di proporre dei ritiri gratuiti, anche di grandi quantità di oggetti, che devono essere recuperati entro una precisa data ed ora. Una sorta di paese dei balocchi per le persone che soffrono di DA, che rischiano così di passare ore intere alla ricerca di beni gratuiti da reperire, riducendo ulteriormente il tempo delle relazioni sociali e familiari.

Caratteristica peculiare delle persone con Disturbo da Accumulo è il non percepirsi in difficoltà e non riconoscere, nel proprio modo di vivere, una sfumatura patologica. Di frequente infatti l’aiuto viene richiesto dai familiari della persona che non riescono più a gestire autonomamente la situazione. Spesso i soggetti patologici vengono abbandonati a sé stessi a causa delle difficoltà, da parte della rete sociale, nel comprendere quei gesti e quella compulsività. Sarebbe utile che i familiari apprendessero tecniche psicoeducative come il L.E.A.R.N. (Listen; Emphatize; Affirm; Redirect; Negotiate) ovvero: ascoltare in modo attivo; manifestare empatia; comunicare in maniera assertiva; reindirizzare la motivazione; negoziare. Questa strategia permette di aiutare l’accumulatore nelle operazioni di pulizia, dandogli sostegno attraverso una sorta di gruppo di aiuto di cui tutti i componenti si sentono parte. Numerose sono anche le possibilità di trovare in rete gruppi di auto aiuto, costituiti proprio dai familiari degli accumulatori che hanno già vissuto o vivono attualmente le medesime situazioni, in vista di una condivisione di esperienze e consigli utili.

Per darvi un’idea delle possibili conseguenze di una vita basata sull’accumulo vi proponiamo la storia cardine delle indagini su questa patologia, la storia dei fratelli Collyer:

“Il 21 marzo 1947 la polizia di Harlem, a seguito di una chiamata anonima, fece irruzione nella casa dei fratelli Collyer. Inizialmente venne inviato un solo agente che trovando porte e finestre sbarrate, non riuscì ad entrare nel palazzo. Arrivò quindi un’intera pattuglia di polizia che iniziò a lavorare per crearsi un varco d’ingresso, il quale fu possibile solamente tramite una finestra posta al secondo piano. Furono necessarie 15 ore di lavoro e ben 15 poliziotti per raggiungere il primo piano, dove venne individuato il corpo senza vita di Homer, fratello maggiore, che era nella sua camera da letto, seduto, con le testa appoggiata direttamente sulle ginocchia. I medici stabilirono che Homer non aveva né bevuto né mangiato per tre giorni, prima di morire probabilmente di arresto cardiaco per fame e sete. Ma se Homer Collyer era morto da poche ore, l’odore nauseabondo non poteva provenire dal suo corpo: nella casa avrebbe dovuto esserci un altro cadavere in decomposizione. Nessuno però pensò direttamente a Langley, fratello minore, molte persone credettero di averlo avvistato in città, mentre la polizia pensava che fosse scomparso prima della misteriosa telefonata. Ci vollero altri sedici giorni di scavi, durante i quali fuori dalla casa dei Collyer si radunarono migliaia di persone incuriosite dalle cianfrusaglie ed attirate dall’odore. Furono rimossi dalla villa oltre 120 tonnellate di oggetti e spazzatura, ma alla fine venne scoperto anche il cadavere del fratello minore Langley, che era rimasto vittima di una delle sue diaboliche trappole create tramite gli oggetti conservati. Il corpo di Langley, parzialmente decomposto e divorato dai topi, venne rinvenuto schiacciato a morte da una valigia e da tre enormi fasci di giornali, a soli dieci metri dal punto in cui era morto Homer. Dopo il ritrovamento dei due corpi, ci vollero ancora intere settimane per tirare fuori tutto ciò che era stipato nella casa. Ancora oggi, a cinquant’anni dalla loro morte, le madri americane, nello sgridare i propri figli per il troppo disordine, dicono loro di essere peggio dei fratelli Collyer. Anche i medici iniziarono a chiamare “Sindrome di Collyer” la disposofobia, ovvero la patologia di natura ossessivo-compulsiva che spinge le persone a non separarsi mai da nulla, a perseguire una sorta di collezionismo disordinato e maniacale ed a combattere una sorta di lotta quotidiana contro l’irrefrenabile tentazione di conservare qualsiasi cosa.”

 

LETTURA CONSIGLIATA: “ Tengo tutto Perché non si riesce a buttar via niente “ (Randy O. Frost, Gail Steketee; 2012; editore Erickson)

 

APPROFONDIMENTI

Disturbo Ossessivo-Compulsivo (DOC): disturbo caratterizzato dalla presenza di ossessioni e compulsioni. Le ossessioni sono pensieri, impulsi o immagini mentali percepite come sgradevoli o intrusive, che creano paura alla persona, la quale si sente così costretta a mettere in atto delle compulsioni, ovvero comportamenti ripetitivi o azioni mentali che permettano di alleviare momentaneamente il disagio provocato dalle ossessioni.

DSM V: Versione aggiornata del Manuale Diagnostico dei Disturbi Mentali. I disturbi descritti sono più di 370 e sono raggruppati in 5 diversi assi differenziati in base alle diverse categorie sintomatiche.

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