Ciclo di vita, Tutti gli articoli

“Dislessia: cosa c’è da sapere?”

Vi è mai capitato di sentire il termine DSA e di chiedervene il significato?  Di frequente il contatto con mass media, giornali, social network e contesti di vita quotidiana ci espone ad acronimi che sembrano privi di significato ma che in realtà nascondono problematiche affrontate ogni giorno da una buona parte della popolazione mondiale. Proveremo qui di seguito a fare un po’ di chiarezza…

Il termine DSA sta per Disturbi Specifici dell’Apprendimento, si tratta di un insieme di disturbi per i quali le persone hanno difficoltà nel leggere, nello scrivere e nel fare calcoli, ed incidono notevolmente sul processo di apprendimento. Nello specifico fanno parte di questo insieme: la dislessia (disturbo di lettura), la disgrafia (disturbo di scrittura) e la discalculia (disturbo di calcolo).

Ma quanto sono diffusi questi disturbi nella nostra società? Le statistiche ci riportano un’alta incidenza, si stima che circa il 20% della popolazione mondiale ne soffra; tra le tre la patologia più diffusa è la dislessia che sembra accomuni ben l’80% delle persone con disturbi dell’apprendimento e, risulta essere più frequente tra gli individui di genere maschile.

Il termine dislessia è di derivazione greca e significa letteralmente “difficoltà a leggere le parole”, è un disturbo neurologico ereditario che si manifesta come difficoltà ad imparare a leggere nei bambini con un normale funzionamento intellettuale. La difficoltà principale in cui incorre il dislessico è l’incapacità nelle connessioni suono/simbolo; solo raramente il problema è associato a problemi visivi come invece si potrebbe pensare. Si tratta di una condizione permanente, per cui non può essere considerato un ritardo provvisorio dello sviluppo e può presentare diversi gradi di gravità, anche se esistono strumenti molto validi in grado di far regredire con successo il sintomo. Oltre ai fattori ereditari, risultano condizionanti anche le influenze ambientali, quali crescere in condizioni di forte povertà o in ambienti in cui il bambino è poco stimolato nell’utilizzo delle capacità linguistiche, siano esse orali o scritte; in queste situazioni sarà più semplice normalizzare l’apprendimento dei bambini rispetto ai casi in cui il problema è prettamente neurologico. L’individuazione delle cause del disturbo aiuta a definire le modalità di intervento dalle quali il bambino trarrà maggior beneficio.

Ma come facciamo a riconoscere la dislessia? In molti casi la dislessia non viene riconosciuta finchè non si presentano le prime incertezze scolastiche. Inizialmente si ha difficoltà ad imparare l’alfabeto, la lettura è molto lenta, capita frequentemente di invertire le lettere o sostituirle con altre, leggere o ricordare parole di uso non comune risulta ulteriormente difficoltoso; altre volte invece si hanno complicazioni semantiche, ovvero problemi ad esprimere verbalmente il pensiero o ad attribuire uno specifico significato alle parole.Inoltre la pronuncia delle prime parole in questi bambini è spesso posticipata rispetto alla media, con l’aggiunta di un vocabolario molto scarso.

Risulta frequente un’associazione tra questa patologia, il deficit di attenzione per iperattività (ADHD) e la disprassia (incapacità nel coordinare i movimenti corporei rivolti ad un fine). Si potrebbe spiegare questa comunanza sulla base del fatto che spesso i bambini, indipendentemente dalla presenza o meno di disturbi neurologici, non riescono a mantenere l’attenzione focalizzata su ciò che stanno leggendo. Riuscire ad essere concentrati su un unico compito specifico sembra essere uno degli ostacoli principali al giorno d’oggi, tanto che spesso i dislessici risultano confusionari e disorganizzati anche nelle pratiche della vita quotidiana. Questa problematica sta crescendo sempre di più e potrebbe essere attribuibile ad un processo di “iperstimolazione”. I bambini sono sempre più esposti all’utilizzo di tablet e simili fin da piccolissimi, ad ogni tocco delle dita corrisponde il sopraggiungere di nuovi suoni e nuove immagini, è come se non si avesse la possibilità di mantenere il focus su qualcosa di specifico e si allenasse la mente a sfogliare lo stimolo che si ha davanti per ricercarne uno nuovo, così come con lo schermo di un computer. Immaginate a questo punto la fatica nel concentrarsi su una sola attività, per lo più statica come la lettura, dopo aver allenato la propria mente ad una staffetta di pensieri, parole, immagini ed azioni. Questa modalità di gestione degli strumenti tecnologici potrebbe risultare dannosa se orientata ad una stimolazione esterna che lascia poco spazio alla scoperta, alla concentrazione e all’attenzione; pratica tanto dannosa quanto estremamente risolutiva se invece impiegata nella giusta modalità. Ciò ci conduce al prossimo interrogativo: cosa si può fare per aiutare un bambino con dislessia?

Un aiuto importante è quello della prevenzione, per cui i genitori dovrebbero leggere ad alta voce per i figli già a partire dai primi 6 mesi di vita. Esperti dell’educazione, infatti, ritengono che la lettura ad alta voce sia la cosa più importante da fare per preparare i bambini all’insegnamento della lettura. Per quanto riguarda invece il periodo scolastico è importante il confronto tra i genitori, gli insegnanti e gli psicologi/neuropsicologi/pediatri che hanno in cura il bambino in modo da creare strumenti educativi ad hoc, centrati sui punti di forza dello studente, prevedendo così piani educativi individualizzati. Una pratica quotidiana utile alla fluidità nella lettura consiste invece in ripetute letture orali guidate di una grande quantità di testo. Una delle cose che sembra funzionare a livello educativo è un metodo di insegnamento che riesca a coinvolgere contemporaneamente più sensi per cui vista, tatto, udito; il tutto focalizzato sullo stesso compito. Questa pratica può avvalersi dell’introduzione delle tecnologie per l’informazione e la comunicazione (TIC), quindi strumenti hardware o software che migliorino e facilitino il processo di apprendimento; software per la lettura e software per la scrittura infatti sono spesso strutturati per essere utilizzati in concomitanza, in modo da permettere allo studente che scrive di avere contemporaneamente una lettura ad alta voce. Queste, tra le altre, sono le giuste modalità in cui sfruttare gli strumenti tecnologici a cui i bambini sono già favorevolmente predisposti.

Ma quindi un bambino dislessico è destinato a risultati, scolastici e non, meno soddisfacenti rispetto agli altri? La risposta è no! Un intervento precoce e individualizzato permetterà al bambino di stare al passo con il resto della classe e, di realizzarsi cognitivamente tanto quanto i suoi coetanei. Basti pensare al fatto che personaggi quali: Albert Einstein, Isaac Newton, Nikola Tesla, Steve Jobs, Victor Hugo, John Fitzgerald Kennedy e molti altri, hanno sofferto e soffrono di dislessia ma, nonostante le difficoltà, sono riusciti ad eccellere nel proprio campo. La cosa fondamentale è individuare punti di forza e di debolezza, e costruire sui primi la base del percorso di apprendimento, differenziandolo dal piano ministeriale previsto per il resto della classe, in modo da evitare così di creare nel bambino dislessico vissuti di frustrazione e bassa autostima che inciderebbero ancor di più sulla sua salute psichica. D’altronde come diceva Einstein “Ognuno è un genio, ma se si giudica un pesce dalla sua abilità di arrampicarsi sugli alberi passerà tutta la vita a credersi stupido”.

Daniel Britton grafico e designer anglosassone affetto da dislessia, ha ideato e progettato un font Dyslexic Font” in grado di permettere ai “non dislessici” di provare e comprendere cosa realmente provi un dislessico che si accinge alla lettura di un testo, al fine di sensibilizzare l’opinione pubblica nei confronti di questo disturbo. Britton afferma “Questo font rallenta i tempi di lettura di un non dislessico, per farlo sentire come se fosse affetto da dislessia. Volevo far capire a tutti come ci si sente a dover leggere quando si soffre di questo disturbo, per far immaginare la frustrazione e l’imbarazzo che provo ogni giorno quando devo leggere, e per aumentare la consapevolezza su questo disturbo”. Invitiamo voi lettori a visitare il sito di Daniel Britton e sperimentare il suo font! http://danielbritton.info/dyslexia

APPROFONDIMENTI

Disprassia: (letteralmente incapacità di fare) è un disturbo della coordinazione motoria (DCD), si definisce come la difficoltà di compiere gesti coordinati e diretti a un determinato fine. Il soggetto può presentare delle difficoltà a eseguire movimenti in cui c’è necessità di coordinazione, come ad esempio allacciarsi le stringhe delle scarpe, lavarsi i denti ecc.  Deficit di attenzione per iperattività (ADHD): deficit di attenzione per iperattività, è un disturbo evolutivo dell’autocontrollo. Esso include difficoltà di attenzione, concentrazione, controllo degli impulsi e del livello di attività.

 

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

12 − 2 =