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“Mi tatuo dunque sono”

Mi tatuo dunque sonoCosa spinge gli individui a marchiare la propria pelle? Perché si accetta che un ago perfori il proprio corpo ed inietti un percorso di inchiostro che li segnerà a vita?

Indagheremo le ragioni che spingono le persone a tatuarsi. Collocheremo questa ritualità, nata con l’individuo, nella società contemporanea, ponendole indosso in un primo momento le vesti di una nuova esigenza e, successivamente, quelle di risposta ad un bisogno di appartenenza. Infine proporremo le dinamiche psichiche inconsce, teorizzate da illustri psicoanalisti, come spiegazione che muove gli individui a compiere questo irreversibile gesto. Il tutto affrontato in un clima di dialogo aperto e non giudicante, dopotutto … siamo tutti tatuati ☺

Trovare la propria autenticità nell’era dell’omologazione, dove anche l’eccezione è destinata a divenire regola, ha creato un nuovo bisogno essenziale da inserire nella piramide delle esigenze umane: il bisogno di unicità. Spinti dal desiderio di autenticità creiamo nuove risposte per affrancarci, per riaffermare visivamente la nostra diversità. In questa prospettiva il tatuaggio potrebbe essere un valido strumento di distinzione agli occhi dell’altro, ma anche ai nostri stessi occhi. Per farlo decoriamo il nostro involucro, l’organo che è sottile confine tra ciò che siamo dentro e quel che troviamo fuori, la nostra pelle, strumento di contatto, di esplorazione e protezione.

Questo bisogno di riconoscere la propria individualità, di riconoscersi come diverso dall’altro è fisiologico per l’adolescente, il quale vive una transizione dall’epoca infantile, segnata dalla dipendenza nei confronti delle figure genitoriali, all’età adulta, percepita come condizione di indipendenza ed autonomia. L’atto di tatuarsi, se compiuto in questo periodo della vita, potrebbe rappresentare una strategia utilizzata dall’individuo per accelerare il proprio approdo all’età adulta, per identificarsi come essere unico ed autodeterminato. A tatuarsi non sono solo adolescenti che dichiarano la propria indipendenza, ma anche e soprattutto adulti, specchio della dilatazione di quest’epoca di transizione e testimoni di un’adolescenza non più circoscritta ad un periodo anagrafico ma divenuta una questione mentale. Quale mezzo più adatto ad assolvere questa funzione se non il tatuaggio? Un’immagine, codice comunicativo supremo, proprio della società contemporanea; un cerimoniale che riempie il vuoto lasciato dalla fusione di un età con l’altra. L’adulto non è più colui che ha concluso il percorso di formazione scolastica, che ha una sicurezza economica, un lavoro stabile, una prole di cui prendersi cura, un tetto diverso da quello della famiglia d’origine; nasce così l’esigenza di creare dei nuovi riti di passaggio che permettano all’individuo di rendere visibile la propria autonomia. Il tatuaggio è uno strumento adatto a raggiungere l’autodeterminazione ampiamente utilizzato nella società odierna!

La provvisorietà e la precarietà della nostra epoca limitano la percezione e l’esperienza dello scorrere del tempo; in questa prospettiva il tatuaggio può essere inoltre inteso come un tentativo dell’individuo di cristallizzare gli eventi della propria vita, di conquistare un pezzo di eterno.

Il tatuaggio è una pratica atavica che risponde ad un’esigenza antropologica e psicologica ben definita: l’esigenza di produrre un segno distintivo dell’appartenenza che permette alle tribù, così come alle moderne gang criminali, da un lato, di riconoscersi come appartenenti al proprio ingroup e, dall’altro, di differenziarsi dall’outgroup. Tutto ciò ha una grande utilità pratica nel permettere ai membri dei relativi gruppi di riconoscersi e regolare di conseguenza e senza eccessivo sforzo, i propri comportamenti. Il tatuaggio esternalizza dunque il binomio appartenenza-differenziazione. Questa esigenza originaria di affiliazione ad un gruppo si è trasformata nel bisogno di appartenenza, non più ad una collettività, bensì all’evento, alla persona, al sentimento, al traguardo, all’esperienza, alla passione, che l’individuo, attraverso il tatuaggio, trasforma in simbolo, in immagine.

Proviamo ora a scorgere i moti inconsci che spingono le persone ad accettare un’esperienza dolorosa ed irreversibile, che un ago perfori la propria pelle 3000 volte al minuto creando un solco ove iniettare inchiostro, indelebilmente; dinamiche che conducono a compiere un intimo atto di fede nei confronti di un estraneo che li trasformerà in maniera permanente.

Esercitare un’azione di controllo sul proprio corpo con un nuovo tatuaggio, correggere indelebilmente “la pelle che abito” per renderla più ospitale, più vicina a come vorrei che fosse, è una strategia che gli individui spesso adottano per non crollare sotto il peso della propria interiorità, per rendere visibile, per portare fuori le emozioni che li riempiono e che attraverso quella ferita, conducono da “sotto la pelle” a “sopra la pelle”, valicando quel confine naturale. Educhiamo (ex-ducere, tirare fuori), letteralmente, le nostre emozioni, proviamo a noi stessi di poter esercitare un controllo per non soccombere al loro cospetto. Le fantasie inconsce che garantiscono il mantenimento di un equilibrio psichico e sostengono il bisogno di apportare modifiche al proprio corpo, sono essenzialmente tre (Lemma,2014):

  • Fantasia di rivendicazione: salvare il sé da una presenza aliena che abita il corpo, modificarlo con dolorose iniezioni d’inchiostro è l’unico modo per sentire che il corpo ci appartiene
  • Fantasie di autocreazione: il pensiero onnipotente di poter creare un nuovo sé, un nuovo corpo, ornandolo e modificandolo, non prescindendo dall’esperienza dolorosa. Riproducendo simbolicamente l’esperienza del parto, un’autogenerazione che apre le porte ad un corpo nuovo di cui l’individuo stesso è artefice e figura accudente
  • Fantasia di corrispondenza perfetta: tendere al corpo perfetto, al corpo percepito come ideale, per creare un oggetto che possa essere riconosciuto ed amato dall’altro

Qualunque sia la ragione conscia o inconscia, personale o sociologica, che spinge l’individuo a marchiarsi indelebilmente, quel simbolo sarà parte di lui per tutta la vita, un’appendice dotata di senso che comunica qualcosa di sé non solo all’altro ma anche (forse soprattutto) al proprio Io.

APPROFONDIMENTI

 Ingroup & Outgroup: l’ingroup (gruppo di noi) rappresenta il gruppo con il quale l’individuo si identifica e a cui sente di appartenere, l’outgroup (gruppo dei loro) è, al contrario, un gruppo al quale l’individuo non sente di appartenere e con cui non si identifica. I membri regolano il proprio comportamento adeguandolo alle regole che vigono all’interno del proprio ingroup, e percepiscono come biasimabili e non osservabili, talvolta apertamente contrastate, le norme proprie dell’outgroup.

Un commento su ““Mi tatuo dunque sono”

  1. Bell articolo. Speriamo che possa essere una guida per chi si approccia al tatuaggio ed ad intenderlo come una primaria esigenza di espressione o di appartenenza e non come sfoggio del proprio corpo come una tela semplicemente al passo della moda. Ignorando
    la sua naturale indelebilita’.

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