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L’UNIforme che DIVIDE i ruoli

L’uniforme, nell’immaginario collettivo, rappresenta il simbolo di separazione più evidente tra i buoni e i cattivi, il legale e l’illegale, il giusto e lo scorretto. Queste distinzioni sono maggiormente esperite e sentite se calate in un ambiente come la casa di detenzione che, attraverso lo sconto della pena, ha il compito di fornire “l’altra” versione di comportamenti più in linea con il rispetto delle regole conformi alla legge. Gli attori esecutori della punizione sono definiti Assistenti Penitenziari, uomini e donne in divisa blu e scarpe nere, curati nell’aspetto e rigidi nell’atteggiamento che accompagnano la quotidianità del detenuto in ogni sua richiesta. Se si ha la possibilità di frequentare i corridoi di un penitenziario, non si può fare a meno di notare come il potere della divisa pone i dettami di un rapporto, rispettoso ma temuto, tra chi la indossa e il ristretto. Gli Agenti Penitenziari, nel regime carcerario, rappresentano un ponte di comunicazione tra un dentro e un fuori, reale e immaginario, di cui il detenuto si serve per provare ad abbattere le barriere, fisiche e mentali, che lo separano dal mondo esterno. Grazie alla loro supervisione, infatti, sono possibili una serie di iniziative come colloqui, progetti, piccoli lavori, che rendono più dinamico lo scorrere del tempo in quel luogo.

Ma che effetto ha questa relazione “forzata” sulla psicologia del detenuto? Per definizione chi indossa la divisa possiede un elevato senso etico, civico e morale; è un’etichetta che segnala il rispetto della legge e punisce la sua infrazione. Gli uomini in divisa, qui, svolgono essenzialmente la mansione di vigilanza (rispetto degli orari, delle regole e anche delle figure sanitarie ed educative preposte) e mantenimento della sicurezza per ogni singolo ristretto e certamente, non possono palesare un atteggiamento giudicante, se pur in linea con il ruolo che ricoprono, nei confronti di individui che non hanno alcun bisogno di essere ulteriormente stigmatizzati ed emarginati. Si innesca così una sorta di comportamento ambivalente: da un lato svolgere bene il proprio lavoro, assicurando il benessere psico-fisico del detenuto con un corretto modo di convivere con gli altri e, dall’altro, il reprimere quel personale biasimo nutrito nei confronti del recluso che pur devono tutelare. Da questa ambivalenza non sono certo immuni i detenuti che, a loro volta, la rivolgono ai “Secondini” termine con il quale, dispregiativamente, identificano gli assistenti penitenziari. Questi ultimi, infatti, da un lato, permettono la comunicazione tra l’individuo e il proprio “fuori” fisico, affettivo ed emotivo, dall’altro umanizzano la regola, la legge che i reclusi hanno scelto di violare a costo della propria libertà. Si percepisce come in questa “altra” realtà sociale, che Goffman (1968) definisce “istituzione totale”, si inneschino rapporti interpersonali che seguono regole e codici propri al punto tale da renderne interessante la comprensione di alcune dinamiche. Ciò che si può subito dedurre è l’asimmetria tra le due parti della relazione: l’una che, già nell’abito, ha un ruolo predominante nell’osservare e nell’agire ogni decisione del caso; l’altra, oggetto dello sguardo, deve ridefinire la propria identità lontana dallo stigma che l’ha segnata. Infatti il ristretto, durante il periodo di detenzione, continuamente mette in atto meccanismi psicologici e sociali che Goffman (1968) definisce “adattamenti secondari”, modalità di interazioni palesate con richieste (“posso avere una sigaretta?”) e rituali di aiuto (“posso parlare con l’educatrice?”) volte a far emergere il detenuto come soggetto della relazione e quindi ancora presente a sé stesso. L’entrata e la permanenza in un luogo di reclusione è senza alcun dubbio un’esperienza che comporta una rottura drastica nella vita di una persona, segnandola per sempre. La conseguenza è identificata con quella che Goffman chiama “morte civile” del prigioniero cioè, l’etichetta attribuita circoscrive il detenuto come appartenente ad una classe di individui e quindi, non più considerato come singolo, subisce una sorta di disumanizzazione.

Allora nel processo di recupero e riaffermazione della propria personalità, all’interno del contesto di detenzione, di vitale importanza è l’inclusione del legame che si instaura tra equipe penitenziaria e il recluso stesso. Alla stregua del “Big Brother” di George Orwell (1984) l’autorità con occhio sempre vigile e attento controlla costantemente i pensieri e le azioni degli individui. Il potere di una gerarchia, inoltre, è sottolineato dallo slogan “il Grande Fratello vi guarda” entità mai rivelata durante il racconto ma che comunque impone la propria presenza anche semplicemente con la forza della parola. Per cui entro le mura del carcere, come nel libro, chi domina, coadiuvato da una serie di artefatti quali l’uniforme, un vocabolario simbolico e azioni dettagliate, si pone come soggetto osservante sul secondo che diventa, di conseguenza, l’oggetto osservato. Per comprendere meglio le modalità attraverso le quali la “divisa” esercita il proprio potere suggeriamo la visione del film “The Experiment” (2001), ispirato all’esperimento del Professor Zimbardo nella prigione di Stanford. Dalle scene è evidente come le guardie carcerarie, pur essendo consapevoli del ruolo da cavie che rivestono, dopo solo pochi giorni mettono già in atto il dominio dell’istituzione che rappresentano e con manganellate e privazioni di ogni necessità umana, esercitano ogni tipo di coercizione diretta sui prigionieri (cavie anche essi). Di contro i ristretti mostrano avvisaglie di disagio psico-fisico manifestato in attacchi di panico, irascibilità e depersonalizzazione, che comporta non poche azioni violente durante la reclusione. Tale esempio è calzante per rendere chiaro il modo delle istituzioni di spersonalizzare il detenuto, le quali, utilizzando anche artefatti simbolici, lo plasmano a propria immagine e somiglianza privandolo del proprio sé. L’esito della relazione mette il detenuto in condizione di subire l’atto di essere costantemente osservato, controllato e giudicato senza poter uscire da questa spirale di stigmatizzazione che alimenta il proprio essere emarginato e quindi alienato. Indubbiamente il rispetto dei ruoli di autorità deve sempre veicolare il corretto modo di comportamento dell’individuo senza però che questo comporti un abuso di potere per l’uniforme indossata, il valore ricoperto e l’appartenenza ad una categoria. Il detenuto, quando anche la legge ha deciso che deve pagare per gli errori commessi, resta sempre un essere umano, civile e sociale al quale bisogna assicurare un’altra possibilità di vita, senza per questo utilizzare forza e violenza. Dunque la Polizia Penitenziaria, nel ruolo di mediatore tra il ristretto e il mondo esterno consente prima, la possibilità di una ri-educazione e una ri-socializzazione all’interno delle mura carcerarie e fornisce poi, l’acquisizione di un’abilità di reinserimento sociale nella comunità di appartenenza. Tutto questo si può attuare senza necessariamente imporsi dalla parte di un’istituzione che solo punisce ma collaborare, insieme all’individuo, in percorsi riabilitativi che supportino il cambiamento di pensiero e azione, abolendo lo stigma.

 

APPROFONDIMENTI

Istituzione totale: luoghi di esclusione, o espulsione sociale (carceri, ospedali psichiatrici, centri per disabili, residenze coatte per anziani) così definite da Goffman (1968) per il potere che hanno di definire l’intera esistenza della persona che oltrepassa i cancelli di queste strutture.
Adattamenti secondari: rituali di richieste e azioni (es. chiedere una sigaretta, domandare l’ora etc…) che danno la possibilità alla persona di ritagliarsi uno spazio proprio all’interno dell’istituzione e sentirsi ancora soggetto pensante. (Goffman)
Morte civile: termine con il quale Goffman intende sottolineare che l’entrata in un’istituzione segna confini non solo fisici (il dentro e il fuori) ma anche civili (perdita dei diritti) umiliando l’individuo con etichette dalle quali è difficile dissociarsi successivamente.
Esperimento Zimbardo: si tratta di un test psicologico creato per indagare il comportamento umano in una società in cui il ricoprire un ruolo e l’appartenenza ad un gruppo può generare abuso di potere e reazioni violente. È stato messo a punto dal Prof. Zimbardo il quale, attraverso la recluta di partecipanti volontari, assegna ruoli di guardie e prigionieri all’interno di un carcere fittizio. Lo studio, che avrà esiti drammatici, mostra come il soggetto perde la sua individualità e il suo senso di responsabilità se diventa parte di un gruppo coeso.
Depersonalizzazione: disturbo dissociativo di personalità che implica una sensazione soggettiva di distacco del senso di sé.
Artefatto simbolico: insieme di pratiche che conferiscono significato alla realtà a cui sono attribuite, definendola e rendendola comprensibile a tutti. (Es. fila agli sportelli se parliamo di un’istituzione sanitaria, vocabolario appropriato se parliamo di un’istituzione di legge).

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