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L’amico immaginario nei bambini: patologia o creatività?

Un peluche, un folletto, un’immagine con sembianze umane, un animaletto, qualunque forma assuma, l’amico immaginario è un elemento complesso che spesso desta non poche preoccupazioni nei genitori, allertati dalla possibilità che il proprio bambino possa soffrire di qualche patologia a loro sconosciuta. Questo fenomeno, largamente diffuso tra i bambini dai 3 anni in poi, è stato a lungo considerato come la manifestazione di disturbi psicopatologici al pari delle più note visioni allucinatorie negli adulti. Ciò giustifica la reazione spesso preoccupata dei genitori alla scoperta che il proprio figlio abbia un amico immaginario. Per cercare di comprendere meglio i meccanismi di questo fenomeno, poco noto agli adulti, bisogna porsi in una prospettiva nuova e guardare con “gli occhi del bambino”.

Studi autorevoli confermano che l’amico immaginario sia un’invenzione non solo normale, ma anche salutare dal punto di vista evolutivo. Grazie alla propria fantasia i bambini riescono a creare, dalla scoperta della propria ombra o dal rapporto instaurato con il proprio orsacchiotto, un compagno di vita, un ausilio nell’adattamento al mondo complicato e incomprensibile degli adulti. La sostanziale differenza tra la creazione allucinatoria adulta e l’amico immaginario nel bambino è la capacità di quest’ultimo di mantenere un rapporto costante con la realtà, spesso rivendicando gelosamente di essere i soli a poter vedere e parlare con l’amico immaginario in quanto propria creazione, assegnandogli anche un nome di estrema fantasia, a conferma della propria consapevolezza. La funzione individuata da diversi studiosi rispetto a tale situazione è assolutamente positiva, una facilitazione del processo di crescita, che favorisce la costruzione ed il consolidamento del Sé del bambino e lo supporta nel processo di socializzazione.

L’amico immaginario simboleggia una grande capacità creativa dei bambini ed al contempo una grande intelligenza, in contrasto alla precedente visione comune del compagno di giochi creato per sopperire ad una solitudine esperita dal bambino per l’assenza di fratelli o amici, oppure per avere sostegno rispetto a problemi familiari. Tale invenzione creativa sembra infatti riguardare circa il 70 % dei bambini, e può esistere nel loro immaginario anche per 4/5 anni. Le caratteristiche dell’amico immaginario sono diverse: è dotato di una propria personalità, gli si attribuiscono sentimenti propri e spesso vi si entra anche in contrasto. Inizialmente gli si attribuiscono emozioni e caratteristiche che appartengono a sé stessi; col passare del tempo però queste iniziano a fondersi con prerogative e tratti di personalità appartenenti alle persone con cui il bambino è in contatto, permettendo così a sé stesso di cimentarsi anche nell’acquisizione della prospettiva altrui. Il bambino impara a vedere con gli occhi dell’altro e si sperimenta in quello che sarà il futuro rapporto con il mondo esterno senza correre alcun rischio. Ogni giorno l’amico immaginario si rende partecipe di nuove esperienze e competenze, che aumentano di pari passo con la crescita personale del bambino; non è solo compagno di giochi, sa ascoltare, ragionare, discutere, permette di sperimentarsi nel rapporto con l’altro per meglio affrontarlo nella realtà. Una caratteristica importante che il bambino acquisisce con l’amico immaginario è la fiducia, la certezza che i propri segreti non vengano svelati, la certezza che non preferirà un altro compagno, motivo per cui spesso la sua identità è celata ai genitori vivendolo come un segreto personale. Non esistono momenti particolari che ne determinano la creazione, gli amici immaginari arrivano in maniera improvvisa come all’improvviso cessano di esistere nel momento in cui il bambino sente di potersene distaccare.

Una grande importanza è stata data a questo fenomeno anche dalla cinematografia, basti pensare al simpatico E.T. L’extraterrestre, un vero e proprio compagno immaginario, un alieno con poteri magici che permette al bambino protagonista del film di vivere esperienze irripetibili. A conferma delle modalità di creazione del compagno immaginario, E.T. viene aiutato dal bambino proprio nei confronti della minaccia degli adulti, un simbolo di ciò che viene esperito da molti bambini nel confronti del mondo adulto, un mondo complesso per il quale si ha bisogno di aiuto e sostegno, e con il quale a volte si ha paura di entrare in contatto. Anche all’interno del film il piccolo protagonista tiene nascosta la sua presenza ai genitori, evidenziando così tutte le caratteristiche dell’amico immaginario.

Non tutti i bambini utilizzano questa creazione nel corso della propria infanzia, in quanto non tutti hanno la stessa capacità immaginativa. Non sono state riscontrate rilevanti differenze rispetto alla crescita in merito, ma un dato che fa riflettere è sicuramente quello per cui rispetto al passato la creazione degli amici immaginari sembra essere notevolmente in calo. Essendo essa una manifestazione di creatività del bambino, ed essendo stata identificata da Jean Piaget come una delle invenzioni più utili e brillanti della mente dell’infante, questo dato potrebbe farci riflettere sul fatto che la televisione, con la molteplicità di cartoni animati e storie già inventate offerte agli utenti h24, così come l’utilizzo di giochi digitali in cui seguire storie già preformate, probabilmente inficiano dei possibili sbocchi di creatività del bambino, il quale, seguendo la via più facile, si adatta al format già creato, non permettendo così alla propria immaginazione di esplicarsi in ogni sua forma.

Sembra quindi possibile rassicurare i genitori rispetto alla possibile aggiunta in famiglia di questo nuovo membro, affidandogli una connotazione positiva, una sorta di ausilio anche per i genitori stessi nel processo di crescita del bambino. Sarebbe, infatti, utile porsi in maniera interessata rispetto all’eventualità dell’amico immaginario, senza ostacolarne la presenza, ma utilizzandola invece per meglio capire eventuali stati d’animo o riflessioni che i propri figli stanno affrontando in quel momento, favorendo così a loro volta l’ingresso sano del bambino nel futuro mondo adulto.

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