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Il caffè aiuta la nostra produttività o è solo un mito da sfatare?

La caffeina è la sostanza psicoattiva più diffusa al mondo, chi di noi non si concede all’occorrenza una buona tazza di caffè? 

Oltre ad essere largamente disponibile sul mercato è uno stimolante socialmente accettato, ciò fa del caffè, e del suo consumo, la sostanza psicotropa per eccellenza. 

Ma ci aiuta davvero a combattere la stanchezza?

Recenti studi dell’Università di Toronto indicano che anche il solo pensiero di poter prendere un caffè ci rende più vigili, è come se l’idea del caffè porti automaticamente ad essere più precisi e scattanti. Il concetto di base è ascrivibile al potere delle associazioni psicologiche secondo cui l’idea e l’esperienza relativa ad una data situazione riesce ad influenzarci più di quanto possiamo immaginare. L’assunzione di caffeina aiuta a sentirsi meno stanchi, stimola il funzionamento del sistema nervoso, l’umore, l’attenzione, i tempi di reazione, performance psicomotorie e dona sensazione di benessere soggettivo. Uno studio di Smith e coll. ha individuato nell’assunzione di caffè, più che delle altre bibite contenenti caffeina come ad esempio il tè, un effetto protettivo dai disturbi depressivi riducendone il rischio. 

Ma è tutto oro ciò che luccica?

La caffeina, abbiamo detto, è una sostanza psicotropa e, come tale, agisce sulle nostre funzioni psichiche in una maniera specifica. Durante la fase di veglia, con il passare del tempo e delle attività svolte iniziamo a sentirci stanchi, produciamo difatti un neurotrasmettitore, chiamato adenosina, che viene monitorato dal nostro sistema nervoso e, mano a mano aumentando, circola nel corpo sempre di più, si crea così una sensazione di sonnolenza che ci rende stanchi e affaticati. La caffeina riesce ad esercitare un’attività antagonista all’adenosina, occupando il suo posto nei siti recettoriali, bloccando la nostra capacità di percepire l’adenosina e impedendoci di provare stanchezza. Ciò consente inoltre  ad altri neurotrasmettitori, come la dopamina, di agire in misura maggiore, e quindi sperimentare una maggiore accesso alle molecole stimolanti. Bloccando i siti recettoriali dell’adenosina si crea una specie di “intasamento” della stessa, per cui al terminare dell’effetto del caffè ci ritroveremo con un accumulo di adenosina da smaltire, il che ci renderà inevitabilmente più stanchi. Ciò comporterà l’innescarsi di un circolo vizioso in cui maggiore sarà la dose di caffè assunta, maggiore sarà la stanchezza successiva dovuta all’accumulo di adenosina ed il conseguente bisogno di una nuova spinta, per cui la necessità di bere un altro caffè. L’assunzione di soli quattro caffè basta a bloccare la metà dei recettori del cervello. La caffeina produrrà, in questi casi, il contrario dell’effetto sperato, oltre ad effetti spiacevoli quali agitazione, tachicardia, ansia, aumento della pressione.

Se, come abbiamo detto, a dosi basse o moderate il caffè previene il rischio di disturbi depressivi nei soggetti sani, nei pazienti depressi, invece, nonostante migliori alcuni sintomi clinici quali attenzione e performance, sembra peggiorare il disturbo dell’umore oltre che il ritmo circadiano e l’ansia, soprattutto se assunto ad alte dosi. Per quanto riguarda invece i disturbi d’ansia, ed in particolar modo il disturbo di panico, studi scientifici evidenziano, a seguito dell’assunzione di caffeina, significativi incrementi di sintomi quali irrequietezza, palpitazioni, paura, nervosismo ed ansia percepita. Sia per la sindrome depressiva che ansiosa risvolti negativi sono evidenti anche in riferimento al sonno e si manifestano con insonnia, risvegli notturni, sonnolenza in stato di veglia, peggioramento di qualità e quantità del sonno, inversione del ritmo circadiano (sonno/veglia). Moderate influenze si riversano anche nell’ambito della regolazione affettiva, che subisce i cicli alterni di arousal e sonnolenza dovuti al circolo vizioso di assunzione di caffè – accumulo di adenosina – nuova assunzione di caffeina, incrementando il ricorrere di stati affettivi misti.

Possiamo quindi concludere che in questo, come in molti altri casi, la verità sta nel mezzo, ovvero nella giusta regola. Assunzioni moderate nel tempo fanno del caffè un buon alleato per combattere la stanchezza, per ridurre il rischio depressivo nei soggetti sani e migliorare vigilanza, energia e performance nei soggetti depressi. Assunzione di alte dosi di caffeina, di contro, peggiorano la sintomatologia ansiosa, gli stati affettivi depressivi/misti e il ritmo circadiano. Per una migliore resa del caffè come alleato è preferibile assumerne una quantità inferiore dilazionata nel tempo (meglio due mezze tazzine ad una certa distanza di tempo che una tazzina intera in un unico momento). Fate inoltre attenzione alla quantità di caffeina assunta, si tende a confondere la potenza del caffè con il gusto, ritenendo più forte un espresso rispetto ad un caffè americano, non è così. La caffeina è data dal filtraggio della posa al passaggio dell’acqua, per cui, indipendentemente dal gusto, più il caffè è lungo maggiore è la quantità di caffeina presente in esso. Se vi accorgete di aver assunto diversi caffè durante la giornata e iniziate a sentirvi stanchi (effetto dell’adenosina) e ne avete la possibilità, preferite un nap (sonnellino pomeridiano) di circa 30 minuti per dare modo all’organismo di metabolizzare parte dell’adenosina accumulata al posto di assumere un ulteriore caffè.

Mettendo in pratica questi piccoli accorgimenti il caffè sarà il vostro miglior alleato!

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