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Effetto Dunning-Kruger: sapere di non sapere!


“Il saggio sa di essere stupido,
è lo stupido invece che crede di essere saggio”.
W.Shakespeare

Avete mai fatto caso che le persone incompetenti tendono ad essere meno consapevoli della propria ignoranza? E che le persone capaci invece mostrano più dubbi ed insicurezze? I ricercatori parlano di effetto Dunning-Kruger, particolare distorsione cognitiva che induce le persone più intelligenti a credere di sapere meno rispetto alla realtà dei fatti e contestualmente le persone meno intelligenti a sopravvalutare ciò che conoscono, creando così un bias cognitivo (leggi anche  il nostro articolo sugli automatismi).

La scoperta muove i passi da un curioso caso di rapina durante la quale il reo confessa di aver agito a viso nudo perché convinto di essere invisibile, dopo aver ricoperto il suo volto con del succo di un limone. Il rapinatore riferì ai poliziotti di essersi scattato un selfie nel quale il volto era completamente sfocato, irriconoscibile (probabilmente l’acidità del limone gli aveva fatto sbagliare la mira del suo volto); dunque per lui il trucco aveva funzionato! Gli psicologi si interrogarono su come l’uomo potesse essere convinto di una cosa del genere. Troppo incapace per essere un rapinatore? Ancor di più pensare di sapere di esserlo?

“Può un incompetente essere del tutto inconsapevole della propria incompetenza?” Da qui gli studiosi Dunning e Kruger idearono una ricerca per tentare di misurare le competenze che un individuo crede di avere rispetto a quelle effettivamente possedute. Dallo studio sperimentale condotto su abilità di grammatica, ragionamento logico ed umorismo, emerse che i soggetti, in media, tendevano ad attribuirsi un punteggio nettamente superiore rispetto a quello realmente raggiunto. Questo accadeva perché la competenza nello scegliere la correttezza di una risposta, in svariati campi del sapere, richiedeva la medesima capacità di scelta esatta della stessa. Sopravvalutarsi sembrerebbe inevitabile; per questo quando si parla di ignoranza dobbiamo convincerci che esistono campi di conoscenza in cui abbiamo lacune o mancanze ma che, tuttavia, non corrispondono a tutto il nostro sapere perché fanno parte di una conoscenza periferica della nostra esperienza di vita. Non possiamo sapere tutto di tutto!

Ma se i peggiori si sentono migliori da un lato, dallo studio emerge anche che i migliori commettono degli errori in senso opposto: tendono a sottovalutare le proprie competenze. La colpa è dell’ “effetto del falso consenso”, tendenza a pensare che gli altri agiscano come noi, sovrastimando la quantità di persone in possesso della nostra stessa conoscenza e capacità di arrivare alle medesime risposte. Tali soggetti credono che i risultati ottenuti siano frutto di una combinazione di particolari circostanze o “colpi di fortuna” e non piuttosto alle proprie conoscenze, competenze e capacità maturate nel corso della propria esperienza. Tale tendenza è nota anche come “sindrome dell’impostore”, termine coniato da due psicoterapeute della Georgia State University negli anni ’70. Le due ricercatrici condussero una ricerca sul comportamento di un gruppo di donne con ruoli di responsabilità le quali riportavano sentimenti di inadeguatezza, sensi di preoccupazione ed insicurezza per le mansioni svolte; “non mi sento all’altezza”. Maggiormente diffusa tra il genere femminile, la sindrome dell’impostore compare in contesti in cui la competizione è alta e dove non ci sono figure di “mentori” in grado di esprimere valutazioni realistiche. Due sociologhe americane hanno studiato tale fenomeno in ambito universitario in cui è risultato che 460 studentesse molto spesso ricorrono al downshifting, ossia rinunciano ad un posto di prestigio ed alle proprie ambizioni non per “mettere su famiglia” come erroneamente si crede, ma perché credono di non essere all’altezza e non meritarsi ruoli di responsabilità.

Recenti studi hanno dimostrato che la “sindrome dell’impostore” colpisce anche gli uomini con una differenza: mentre le donne accettano di competere anche negli ambiti dove si sentono più insicure, gli uomini evitano consapevolmente gli ambiti di conoscenza in cui si sentono più vulnerabili per paura di fare “brutta figura”.

Qualche consiglio? Intanto non bisogna aver remore nel parlare apertamente e più spesso delle proprie insicurezze e dei propri dubbi con gli altri; il confronto genera acquisizione di informazioni riguardo ad altri individui che ugualmente confessano di non aver sempre saputo tutto e questo fa rivalutare anche le proprie reali conoscenze. Premesso che più espandiamo il perimetro delle nostre conoscenze più aumentiamo la possibilità di non sapere, mostrare insicurezza può essere anche un fattore positivo: sottolinea il riconoscere i limiti delle proprie abilità e l’umiltà nel chiedere aiuto per migliorarsi.

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