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Patologia e benessere, la linea sottile della normalità

Il concetto di malattia, quello di salute ed infine quello di benessere, sono da sempre strettamente interrelati e spesso autoescludentesi. Subentrano con l’uomo, inteso come macchina, e sono correlati al suo funzionamento e ad eventuali sue defezioni. Sociologicamente tali costrutti hanno subito un’evoluzione strettamente legata ai cambiamenti storici e culturali oltre che fisici.


Quando è possibile parlare di malattia?

 Il termine “malattia” è inteso comunemente come l’alterazione di un sistema, un malfunzionamento o danneggiamento che porta alla stasi se non risolto. Proviamo a definire il costrutto: la malattia può essere intesa come un sistema di fenomeni, che si instaurano in un organismo vivente, nel momento in cui qualcosa di esterno o di interno all’organismo va ad alterare la salubrità strutturale delle sue parti, ne provoca un cattivo funzionamento o un’alterazione significativa. L’insorgenza della malattia dipende da quanto e come lo stimolo agisce sull’organismo, oltre che dalla reattività dello stesso. L’epilogo della malattia può essere la morte del sistema, o della parte interessata, oppure la sua guarigione. Anche in caso di completa guarigione, però, è possibile che la malattia lasci un danno permanente, uno stato patologico immodificabile.

La malattia è anche un concetto antropologico o meglio antropocentrico. Diversi stati organici naturali sono appartenuti alla nomenclatura patologica nel corso della storia dell’umanità, facendo particolare riferimento alla  patologie psichiatriche, alcuni senza ragion d’essere e, purtroppo, in specifiche culture ancora presenti. Ad esempio la mestruazione femminile, era considerata in passato una malattia, le donne erano costrette a tenersi lontane dalle attività della loro comunità, ad esempio la tradizione popolare, in alcuni luoghi ancora presente, pretende che durante la preparazione delle conserve le donne con le mestruazioni non si avvicinino ai prodotti per evitare il loro irrancidimento ed il loro inquinamento. Ancora, in alcune culture, le donne, in questo periodo sono considerate come contaminanti e quindi costrette a vivere in isolamento dal resto della comunità, riportiamo l’esempio della cultura nepalese e della tradizionale pratica denominata “chaupadi”, il sangue mestruale è considerato impuro, impotente e minaccioso, e le donne vengono costrette ad intraprendere un vero e proprio viaggio di isolamento al fine di proteggere la famiglia, le donne sono costrette a vivere in baracche di fortuna senza cibo, né acqua, né vestiti. Questa pratica rappresenta una vera e propria negazione di genere, connotata di umiliazione e pericolosità, in quanto, durante il periodo invernale spesso capita che le donne muoiano assiderate, un recente caso ha riportato la morte di una ragazza di 15 anni causata da intossicazione da fumo, nel disperato tentativo di scaldarsi mentre adempiva alla prescrizione dello chaupadi. Un altro esempio sconcertante ed attualissimo rispetto a normalità considerata patologica è quello relativo all’omosessualità. L’evoluzione sociologica del concetto di omosessualità e del suo rapporto con la malattia ha subito numerosi cambiamenti. Anche in questo caso l’evoluzione sociologica risulta essere trasversale, ossia, non compiutasi esclusivamente nel tempo ma anche e soprattutto nello spazio. Questo è un altro significativo esempio di quanto il concetto di malattia sia di origine sociale e culturale più che scientifica. Le prime teorie innatiste la consideravano come esito di un difetto a carico del sistema nervoso periferico dell’embrione, dunque, come una patologia incurabile. Le teorie psicologiche inizialmente introducono l’omosessualità nell’ambito della malattia, definendola talvolta “inversione dello sviluppo edipico”, talvolta “perversione della meta sessuale”, e il terapeuta tentava di mettere in atto delle cure “riparative”, talvolta disumane, basate sulla stimolazione elettrica intracranica. Bisogna attendere il 1990 perché l’omosessualità potesse essere esclusa dalla nomenclatura delle malattie psichiatriche, e di conseguenza, perché le terapie riparative venissero bandite. Nonostante il pensiero di Freud, “patologizzatore” per eccellenza, il quale in una sua lettera dichiarò l’impossibilità di considerare l’omosessualità come una malattia. Altra importante rivoluzione è stata quella avvenuta proprio nel 2018 relativa alla depatologizzazione delle disforia di genere.

Dunque definire cosa rientri in quadro patologico e cosa no, basandosi esclusivamente sul concetto di malattia, risulta un puro esercizio di stile destinato al fallimento; proviamo adesso ad integrarlo con il costrutto di salute.


È possibile parlare di patologia senza considerare la salute ed il benessere?

Il concetto di salute è originariamente inteso come assenza di malattia, questa definizione è stata poi sostituita dall’O.M.S. con la seguente

“per salute si intende uno stato di completo benessere fisico, mentale e sociale e non la semplice assenza dello stato di malattia o infermità. Il godimento del più alto standard di salute raggiungibile è uno dei diritti fondamentali di ogni essere umano senza distinzione di razze, religione, credo politico, condizione economica o sociale “.

L’affermazione positiva della salute come benessere fisico, mentale e sociale della persona, rispetto al concetto negativo tradizionale di salute come assenza di malattia, provocò una forte scossa, nel campo della medicina che – impegnata da secoli quasi esclusivamente, salvo rare eccezioni, nello studio e nella lotta contro le malattie per diagnosticarle, per curarle, per prevenirle e per prolungare la vita ai malati – si trovò impreparata di fronte alla nuova prospettiva di tutelare e promuovere la salute. Questa innovativa definizione estende notevolmente l’area della salute umana, non limitandosi esclusivamente al campo organico ma coinvolgendo sia la sfera mentale che quella relazionale, aprendo un nuovo dibattito per la Sanità Pubblica, in quanto risulta necessario estendere il campo di azione alle scienze psicologiche e alle scienze sociali e successivamente anche alle scienze economiche. Nascono dunque dei nuovi bisogni e di conseguenza delle nuove risposte, tra cui, l’esigenza di cambiare il volto sia ai servizi sanitari esistenti ed integrarli con degli altri del tutto nuovi, che a quelli socio-assistenziali. Nasce inoltre un nuovo approccio, il cosiddetto “approccio percettivo”, il concetto di salute è imprescindibile da quello di benessere, grazie alla nuova definizione, per cui risulta necessario coinvolgere il soggetto, e la sua percezione del proprio stato di “bene-essere”; ci si emancipa dunque dalla mera valutazione dello stato di salute.

 Questi aspetti si riflettono sull’ampliamento delle risorse personali e sul rapporto che l’individuo detiene con se stesso e con il prossimo; tutto ciò contribuisce a migliorare lo stato di salute della persona ma soprattutto il proprio senso di benessere, inteso come percezione personale della buona condizione psico-fisica. Tale concezione consente di preservare la possibilità di accedere e conquistare lo status di benessere anche in presenza di patologie croniche, considerando il modo migliore di vivere la propria vita in base alle risorse possedute da un determinato individuo in uno specifico momento della propria vita.

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