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La sindrome di Stoccolma: il paradosso della psicologia

La sindrome di Stoccolma consiste in una particolare condizione che può verificarsi in vittime di un sequestro o di un abuso ripetuto, una sorta di paradosso psicologico che si sostanzia nell’esperire sentimenti positivi verso il proprio aguzzino. Tali sentimenti possono essere di intensità variabile tanto che si va dalla semplice solidarietà fino al vero e proprio innamoramento e alla sottomissione volontaria. Il sopraggiungere di questa sindrome sembra derivare da una risposta emotiva automatica, per lo più inconscia, al trauma di diventare ostaggio, e coinvolge anche il sequestratore. È possibile individuarne tre fasi caratteristiche:

  • Gli ostaggi provano sentimenti positivi nei confronti dei sequestratori
  • Gli ostaggi provano sentimenti negativi nei confronti della polizia o delle autorità intervenienti nella situazione
  • Reciprocità di sentimenti positivi tra ostaggi e sequestratori

Origini

L’espressione fu coniata da Conrad Hassel, agente speciale dell’FBI, in seguito ad un famoso episodio accaduto a Stoccolma nell’agosto del 1973: due rapinatori tennero in ostaggio per 131 ore (circa 6 giorni) quattro impiegati  nella camera di sicurezza della Sveriges Kreditbank. Durante il periodo di prigionia (nella quale non ci furono azioni violente o di forza contro le persone sequestrate) risultò che le vittime temevano la polizia in misura maggiore rispetto ai propri aguzzini, verso i quali espressero sentimenti di solidarietà. Una delle vittime sviluppò un legame con i rapitori talmente forte che durò ben oltre tale episodio; inoltre la maggior parte testimoniò a favore dei sequestratori, chiedendo clemenza al giudice. Situazioni simili sono state riscontrate in altri casi di cronaca che, come il primo, hanno avuto forte impatto mediatico confermando l’esistenza di questi particolari eventi.

Cause ed ipotesi

Alcuni fattori sembrerebbero facilitare l’insorgere della sindrome:

  • la durata e l’intensità dell’esperienza,
  • la condizione di dipendenza dell’ostaggio dal sequestratore in termini di sopravvivenza,
  • la distanza fisica e psicologica dell’ostaggio dalle autorità.

Nei sequestri di lunga durata all’iniziale stato di confusione, in cui si vive la paura per l’evento, il diniego della situazione e l’illusione di ottenere una rapida liberazione, sussegue una sorta di adattamento dell’individuo in vista della sopravvivenza. Tale condizione, unita all’aumentare del tempo trascorso insieme all’aguzzino e all’isolamento dal resto del mondo, crea terreno fertile per un’alleanza con il sequestratore. Il tutto può essere ancor più agevolato se l’esperienza non è correlata alle cosiddette “maniere forti” (percosse, violenza esplicita, abuso) da parte di quest’ultimo. Qualora queste siano presenti, invece, ma di lieve entità, vengono addirittura razionalizzate dai sequestrati come necessari a tenere la situazione sotto controllo da parte dell’aguzzino. Questa “benevolenza” di maniere unite al risentimento nei confronti dell’autorità, dovuto al fallimento della stessa come garante di protezione, solidifica il legame vittima/carnefice. Le ipotesi psicologiche di questa situazione possono essere diverse:

  • da un punto di vista comportamentale, il legame sembra scaturire da una dipendenza concreta tra rapito e rapitori, i quali controllano cibo, acqua, aria e sopravvivenza, rinforzi che, una volta concessi, creano gratitudine e riconoscenza nelle vittime.
  • Da un punto di vista psicoanalitico, invece, (ipotesi maggioritaria), si potrebbe dire che l’Io (struttura della personalità che tiene a bada gli istinti e regola il rapporto col mondo esterno) nel tentativo di fronteggiare la realtà angosciosa in cui si trova mette in atto dei meccanismi difensivi. In questi casi è possibile un’iniziale negazione, una reazione di rifugio psicologico che risulta emotivamente efficace; la mente per sopravvivere all’evento reagisce tentando di negarne l’esistenza (non sta accadendo nulla di pericoloso, il rapitore non è pericoloso, non mi farà del male). Altro meccanismo agente è la regressione, il ritorno ad un livello di maturità inferiore e meno aderente alla realtà che pone la vittima in condizione di dipendenza nei confronti del carnefice, creando un attaccamento verso quest’ultimo a causa della regressione stessa. Un ulteriore meccanismo che può entrare in gioco è l’identificazione, una volta disilluse le speranze di salvezza da parte delle autorità a causa del passare del tempo, si arriva a rinnegare le stesse e ad immedesimarsi con il sequestratore.

Risvolti

Dalla banca dati dell’FBI statunitense risulta che circa l’8% degli ostaggi sequestrati ha manifestato sintomi della sindrome di Stoccolma. Gli effetti a breve e lungo termine sono caratterizzati da sintomatologia ansiosa, depressiva, disturbi fisici e psicofisici (disturbi del sonno, incubi, fobie, trasalimenti improvvisi, flashback). Nonostante non sia ascrivibile ad alcun sistema internazionale di classificazione psichiatrica o psicologica, i risvolti di questo stato psicologico possono persistere anche per diversi anni.

Consigli cinematografici

I film che hanno trattato l’amore tra un aguzzino e la sua vittima sono diversi, e si occupano per lo più di legami sentimentali uomo/donna (tra questi: Il portiere di notte, Sesso e fuga con l’ostaggio). A conferma del fatto che la sindrome non implica necessariamente legami di questo tipo, e può riguardare indistintamente tutti al di là del sesso o dell’età, suggeriamo la visione di Un mondo perfetto, (1993, diretto da Clint Eastwood) in questo caso il legame si stabilisce tra un bambino di otto anni ed il suo rapitore, andando a raffigurarsi come una sorta di legame paterno vicendevolmente corrisposto. Per chi invece preferisce una visione più leggera e fiabesca, tratti eventualmente ascrivibili a questa sindrome sono riscontrabili nel film di animazione Disney La bella e la bestia (2017, diretto da Bill Condon), che mette in scena l’amore nato tra Belle, ragazza del popolo, e la Bestia, inizialmente suo carceriere. Buona visione!

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