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Deja vù, conosco questo posto!

Vi è mai capitato di percepire un’intensa ed inspiegabile familiarità con un luogo o con un’esperienza nuova, come se aveste già vissuto quel momento? Pur essendo consapevoli dell’irrealtà di quella sensazione e dell’unicità dell’accaduto! A questa percezione si dà il nome di Deja vù, dal francese “Già visto”, un’emozione affascinante e sbalorditiva, proviamo a comprenderla meglio!

Il deja vù è sperimentato diverse volte nella vita dal 60/80% della popolazione, anche più volte nello stesso anno da parte dei giovani intorno ai 20 anni.

Questa esperienza così misteriosa ed affascinante è stata oggetto di speculazioni e dissertazioni fantastiche e trascendentali. Alcuni interpretano questo fenomeno come segno manifesto dell’esistenza di un multiverso, un universo che presenta diversi piani paralleli di realtà, dove il deja vù si pone come segnale telepatico inviato dal proprio sé residente in un altro piano di realtà. Altri invece lo leggono come segno dell’esistenza della reincarnazione, ossia aver vissuto la medesima esperienza in una vita precedente, fa sì che la si percepisca come familiare. Queste spiegazioni non hanno alcun fondamento, sono frutto di un’elaborazione fantasiosa e sicuramente priva di attendibilità. Affidiamoci alla neuropsicologia per comprendere meglio questo fenomeno!

Aldilà delle elaborazioni irrazionali, esistono degli studi scientifici che hanno provato a dotare di senso questo fenomeno, con delle ricerche basate su casi clinici di soggetti epilettici, con epilessia al lobo temporale, i quali prima di un attacco epilettico, vivono un deja vù, riconoscendo come familiare quello spazio e quel tempo, la cosiddetta aura epilettica. Le prime evidenze degli studi che coinvolgevano soggetti patologici e soggetti sani con deja vù, hanno dimostrato un’alterazione della medesima area cerebrale, una riduzione della materia grigia nell’area paraippocampale, una zona deputata alla produzione del ricordo ed al suo correlato emotivo. Dunque l’esito di tale esperienza sarebbe da imputare ad un errore neuronale, connessione cerebrale alterata che fornisce input mnestici erronei.

Uno studio italiano, con l’utilizzo di tecniche di rilevazione dell’attività cerebrale più avanzate, è giunto ad altri risultati, servendosi di tre campioni: soggetti epilettici, soggetti sani con deja vù e soggetti sani senza deja vù. I risultati ottenuti mostrano l’attivazione di aree cerebrali differenti tra i soggetti patologici e soggetti sani con deja vù, nello specifico i primi evidenziano un’alterazione dell’area deputata al riconoscimento visivo ed al mantenimento dell’informazione nella memoria a lungo termine, i soggetti sani invece, mostrano un alterazione delle aree del cervello deputate all’elaborazione emotiva delle informazioni provenienti dall’esterno e percepite attraverso i sensi (sistema limbico). Dunque questo studio mostra come le aree coinvolte nei soggetti epilettici e nei soggetti sani, nella produzione del deja vù, siano interamente differenti.

Il deja vù, non coinvolge esclusivamente la vista, ma tutti gli organi sensoriali, la sensazione di familiarità percettiva deriva dall’elaborazione delle informazioni provenienti da tutti i sensi, il tatto, l’udito, il gusto, l’olfatto. Si tratta di una paramnesia, un’alterazione del ricordo, narrata come un’esperienza tanto inspiegabile quanto piacevole. Nonostante si tratti di un evento destabilizzante, in quanto altera totalmente la realtà, confonde il passato con il presente, il reale con l’irreale, è accompagnato, solitamente, da una sensazione di piacevolezza per via del sentimento di confidenza e vicinanza che si percepisce con l’esperienza corrente. Gli individui sono naturalmente attratti da ciò che conoscono e quando lo ritrovano si sentono al sicuro. Conosciamo cosa avviene al nostro cervello quando si verifica il deja vù, ma non sappiamo perché si verifichi nei soggetti sani. Una spiegazione potrebbe essere la ricerca spasmodica ed inconscia di elementi familiari all’interno di una esperienza nuova, al fine di rassicurarci e rispondere in maniera funzionale al nostro bisogno di sicurezza e familiarità. Il deja vù potrebbe essere una strategia inconscia messa in atto dagli individui al fine di rispondere alla personale esigenza di certezza ed intimità.

Riportiamo il singolare esempio di un ragazzo inglese che vive in un vero e proprio loop temporale, da 10 anni riferisce di aver già vissuto la propria quotidianità, avendo escluso patologie come l’epilessia, la demenza e la psicosi, gli esperti attribuiscono questa invalidante condizione ad un disturbo d’ansia, connivente con una forma d’ansia compulsiva diagnosticata ai suoi genitori. Si tratterebbe del primo caso in cui il deja vù è ritenuto sintomo specifico di un disturbo d’ansia; questo caso clinico apre la strada a nuove possibilità interpretative.

A voi, care lettrici e cari lettori, è mai capitato di sperimentare un deja vù? Condividete con noi le vostre esprienze!

 

 

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