Psiche e Cultura

L’onnipotenza della moda

Quanto peso diamo a ciò che indossiamo?
 

Da quando l’abbigliamento ha smesso di ricoprire il corpo ed ha cominciato ad essere uno specchio dell’identità e dei tempi? Il corpo si espone e si presenta tramite gli abiti che indossa, pur essendo coperto da essi. La varietà di indumenti tra cui siamo indotti a scegliere è emblematica della complessità degli aspetti del mondo, specchio della cultura corrispondente ed un simbolo da non sottovalutare che comunica età, status sociale, fornisce indizi sull’identità, o quantomeno sulle caratteristiche di personalità che vogliamo ci siano riconosciute; è il mezzo migliore per esprimere e comunicare chi siamo o intendiamo essere nella comunità.

In origine l’abbigliamento era uniforme tra gli individui poiché il mondo non era differenziato, o meglio, non vi era modo di percepire o immaginare una pluralità; per questo motivo, una pelle di animale era adeguata e sufficiente in tutte le circostanze. Nel momento in cui l’utilità cede il posto al valore simbolico, l’abito smette di ricoprire e comincia ad esprimere i valori dell’epoca da un lato, e l’ordine sociale e culturale di appartenenza, dall’altro. Come osservato da Barthes, infatti, il militare e le autorità vestono pesante, uniforme, in modo rigido e strutturato, espressione dell’imparzialità e del rigore; al contempo il sacerdote veste in maniera invariata ed invariabile, ad indicare l’eternità di ciò che rappresenta, con tuniche che nascondono le forme del corpo, per annullarne l’umanità ed avvicinarlo al divino; il giovane, invece, veste tutto e tutto insieme per esprimere libertà, confusione o, comunque, disappartenenza a categorie o istituzioni.

L’indumento è rappresentativo anche delle stagioni del mondo e dell’uomo: la primavera consente colori pastello, l’inverno tessuti pesanti, la sera l’abito scuro, il pomeriggio la scarpa sportiva, la gonna al ginocchio o i pantaloni a coste indicano una stagione avanzata dell’età dell’individuo, la sovrapposizione e l’eccesso è invece consentito nel fiore degli anni. Gli abiti significano il mondo, la sua storia, la sua natura e la sua geografia, non è da sottovalutare, infatti, il valore etnico dell’abbigliamento: gli abiti che portiamo dicono a quale comunità apparteniamo. La diffusione del mito europeo ha anche coinvolto il vestiario della cultura egemone, che ha condotto ad uno slegame dalle proprie tradizioni in virtù di un’aspirazione d’appartenenza al gruppo più forte; tale mito, inoltre, ha consentito alla moda di creare nuovi bisogni per gli individui, come il possesso ed il conformismo. L’abito crea adesione anche quando le persone si vestono in modo da trasmettere eccentricità, infatti, in quel caso, si comunica l’appartenenza al gruppo degli originali. Abbiamo già trattato il concetto di appartenenza dato dall’uniformità del modo di vestire, che nella società contemporanea si realizza attraverso un mezzo privilegiato, creato ad hoc, l’influencer.

La moda chiede di rinunciare, di stagione in stagione, agli abiti che possediamo, seppur ancora utili ed indossabili, per soddisfare il desiderio di possesso di qualcosa di nuovo, rappresentativo di un tempo nuovo, che non si può non avere.

La fine della moda è il suo vero fine.
 

I consumatori garantiscono la mortalità degli abiti, per garantire l’immortalità della moda (I miti del nostro tempo – Galimberti). Da qui nasce il benessere dato dallo shopping, il quale promette e concede la sensazione di potere illimitato unito alla promessa di conquista della bellezza. La moda, infatti, compie promesse allettanti, rispondendo al desiderio di essere altro da sé, ma allontanandosi da sé a cosa ci si avvicina? Ad un’ideale di bellezza, specchio del tempo, creato ad hoc per produrre consumo, che alla fine è un corpo che tutti desiderano ma che nessuno realmente possiede.
La moda è percepita come onnipotente perché consente di ingrossare, assottigliare, allungare, accorciare, slanciare, equilibrare, dunque trasformare i corpi, ci rende tutti onnipotenti!
La moda è un altro mezzo attraverso il quale si veicola netta differenza tra maschile e femminile, talvolta trasmettendo messaggi discriminatori: corsetti, reggiseni, panciere, indumenti push-up per i glutei, scarpe con tacchi e punte scomode se non dolorose che costringono e modificano il corpo femminile, rendendolo sempre migliorabile, inadeguato, da camuffare e trasformare al fine che possa assolvere la sua valenza seduttiva e rispondere alla pretesa sociale di eterna giovinezza; destino che non spetta al corpo, dunque alla moda, maschile.
Non solo le donne sono culturalmente indotte all’insicurezza attraverso la tendenza ad una perfezione costante, in più tali escamotage sono sia pretesi che ridicolizzati dagli uomini. Infatti, come nota Barthes, l’abbigliamento femminile può assorbire quasi totalmente quello maschile, indossare pantaloni, scarpe stringate, giacche doppiopetto, papillon e cravatte; al contrario quello maschile respinge con forza capi nati per un corpo femminile, a causa del divieto sociale che ancora vige su una possibile “femminilizzazione dell’uomo”, espressione impropria ma che rende l’idea.

E voi lettrici e lettori che potere concedete a ciò che indossate?

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